Aprile 5, 2025

Walter Sabatini: I tifosi sono i veri proprietari della squadra. Il percorso che sta facendo la Roma? Un bel vizio che deve durare…

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Di Niccolò Del Rosso

Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma è intervenuto in esclusiva nella trasmissione Amore Giallorosso condotta da Francesco Goccia e Marianna Monello su T9 (ch. 17) mercoledì 2 aprile 2025.

Nella lunga chiacchierata, ci sono state varie domande che i tanti ospiti in studio hanno voluto rivolgere al direttore. 

Direttore, tra i nomi che si fanno in questi giorni, c’è anche quello di Pioli che, se non ricordo male, lei voleva portare anni fa alla Roma.

“Si per il primo anno di Roma, o forse il secondo adesso non ricordo bene. Alla fine, fortunatamente vennero prima Luis Enrique e poi Zeman: però con Stefano ci avevo parlato a Milano perché lo conoscevo direttamente, ci avevo giocato insieme nel Parma in serie C quando lui era un giocatore giovane mentre io ero scarso e anche più vecchiotto. Da allenatore, l’ho sempre seguito e mi sembrava un profilo giusto, poi la storia ha dimostrato che sarebbe stato così, perché ha vinto ed è stato anche all’altezza in situazioni complesse. È un ottimo allenatore che ora sciaguratamente è andato in Arabia a prendere molti soldi. Bene per lui, però uscire dalla Serie A alla sua età mi sembra veramente un errore”.

Direttore in passato, anche nella nostra trasmissione, ha parlato molto spesso di un possibile ritorno di De Rossi sulla panchina della Roma. Un augurio più che altro, che noi però sposiamo in pieno perché un’accoppiata romana con Daniele in panchina e Ranieri direttore non sarebbe male… 

“Questa è una mia opinione personale che come hai detto, ho espresso in più di una circostanza, ma credo che a questo punto non farei un favore nè a Daniele, né a Claudio. Le mie opinioni è giusto che le tengo per me, perché non sono un giornalista ma un dirigente e quindi non è giusto che esprimo opinioni su calciatori e allenatori: si può creare confusione e io non voglio nuocere a nessuno. Voglio che la Roma prosegua questo cammino bellissimo che ha intrapreso e che poi lo faccia con Ranieri o con Daniele è la stessa cosa. Sarei contento per loro e soprattutto per i tifosi. Correggetemi se sbaglio, perché non sono bravo con i numeri ma penso che il percorso che sta facendo la Roma come media punti è da media scudetto, sarebbe un bel vizio da mantenere questo”.

Le chiedo non un giudizio, ma a questo punto una qualità che secondo lei dovrebbe avere il nuovo allenatore?

“Gli allenatori che vengono alla Roma, devono avere qualità eccellenti in qualsiasi aspetto: umano, culturale e anche caratteriale perché è molto difficile allenare a Roma. Qui è difficile vivere tranquilli durante la settimana perché nell’aria c’è grande turbolenza… cosa che a me non dispiace per carità perché nella turbolenza ho sempre vissuto bene. A me quello che mi uccideva era la calma, quindi questa caratteristica della piazza io non la disprezzo perché ti tiene sempre in vita, sempre all’erta: c’è sempre uno stimolo a far meglio perché altrimenti la gente ti urla dietro. Bisogna sempre trottare, sempre correre”.

Crede che si punterà su un profilo che già conosce la piazza oppure si andrà a guardare altro?

“Mi fermo su questa cosa dell’allenatore, non voglio essere invadente. È un momento delicatissimo per la Roma che si sta giocando la possibilità di andare in Champions direttamente e in questo momento, immagino che stiano discutendo proprio del nuovo allenatore, quindi io sarò semplicemente un testimone”.

Quanto dobbiamo credere alle parole di Claudio Ranieri quando dice che nessuno dei nomi fatti, è tra gli allenatori che sono stati presi realmente in considerazione? 

“Se l’ha detto Claudio evidentemente è vero. Non conosco la lista degli allenatori che possono interessare, se mi devo basare sulla lista giornalistica sarebbero certamente tantissimi… so però che Claudio Ranieri sa già chi dovrà essere l’allenatore della Roma, su questo non ho molti dubbi. Un mese in più o in meno di attività, non sposta il parere su un allenatore. Oggi non credo che ci sia un nome che farebbe felice la piazza, ricordo ad esempio che nel mio primo anno, nel 2011 dovevamo trovare un allenatore ed uscì il nome di Gasperini, voi non avete idea di quante telefonate ho ricevuto del tipo “ma adesso prendiamo Gasperino er carbonaro…” oppure qualche anno dopo con Rudi Garcia “adesso prendemo er sergente Garcia, anche se ha perso qualche kg”. Mettere d’accordo i romanisti nella fase di scelta è impossibile, per fortuna che esercitano un’ironia godibile”.

Cosa pensa del problema inerente il Fair Play finanziario che negli anni ha condizionato il mercato della Roma. Cè stato un blocco di denaro in uscita con Mourinho, poi un po’ meno con De Rossi ma adesso, stando a quello che ci è stato detto a gennaio, si dovrebbe riproporre il problema anche nel prossimo mercato estivo…

“Il meno davanti al saldo della campagna acquisti è ovvio che dipende da come hai movimentato i soldi in entrata e in uscita. I +30 di Mourinho non capisco da dove siano usciti, perchè erano valutazioni potenziali della rosa, non era un dato acquisito”. 

La mia domanda era coperta e un po’ nascosta, il mio intento era sapere cosa avrebbe fatto lei se avesse avuto 100 milioni di euro da spendere, come Ghisolfi quest’anno ?

“Io ti avrei comunque smascherato (sorride)… Scherzi a parte, io non ho mai avuto 100 milioni da spendere, o meglio… ce li ho avuti ma li ho dovuti rimettere subito a posto. Ogni volta che prendevo un calciatore, poi sapevo che avrei dovuto sistemare la cassa, cosa che sono stato molto fortunato e sono sempre riuscito a fare. Per questo in quel periodo dal 2011 in poi, alla Roma sono arrivati anche giocatori importanti. Se devo analizzare il lavoro di Ghisolfi, credo che non ha lavorato male, anzi nell’ultimo periodo si è inserito anche meglio nell’ambiente; ho visto che ha iniziato ad esporsi anche alle interviste, cosa che non aveva fatto per mesi. Il direttore sportivo, deve comunicare con la gente, i tifosi sono i veri proprietari della squadra e non puoi lasciarli a digiuno di notizie, di curiosità o anche di una semplice opinione per un anno intero. Metterci la faccia non deve essere un sacrificio ma un privilegio e ultimamente, ho visto che ha iniziato a farlo, tra l’altro anche molto bene”. 

Possiamo raccontarlo tanto sono passati diversi anni… ricordo che quando sei venuto alla presentazione del libro “La grande Roma di Liedholm” mi chiedesti a margine della presentazione di poter parlare con la stampa perché era un po’ che non lo facevi. E questa cosa mi colpì perché invece, in occasioni come queste, la maggior parte degli addetti ai lavori chiedono il contrario e cioè di parlare del libro ma di non fare domande inerenti la società. Tu invece hai voluto fare il contrario rivolgendoti in pratica ai tifosi.

“È vero, in quell’occasione che ricordo molto bene, io volevo parlare proprio alla gente, ho tanti difetti ma questa sensibilità me la riconosco. So che tutti noi siamo transitori, ma il tifo e la fede rimarranno sempre, la gente ha bisogno di interlocuzioni, non la si può lasciare fuori da qualsiasi contesto che riguardi la squadra. Per questo approvo quello che ho fatto con te quella sera. Con i giornalisti, lì fuori ovviamente ho battibeccato, perché è più forte di me, trovo sempre il motivo per un piccolo scontro e in quella circostanza il riferimento era il terzino destro. C’è stato un momento nella Roma che si invocava giornalmente un calciatore in quel ruolo e allora mi arrabbiai e dovetti elencare tutti i terzini che avevamo, da Maicon a Florenzi ecc… la stampa di Roma non accettava che Florenzi giocasse da terzino, ma lui quando è andato a giocare a Crotone a 19 anni in serie B, aveva fatto proprio quello e quindi per me era una garanzia. In quel ruolo, successivamente Alessandro ci ha costruito la sua carriera. Molti pensavano che giocando da mezz’ala potesse garantire un numero importante di gol, che era vero, ma a noi serviva un terzino che sapesse giocare con la palla, eravamo reduci da Maicon e quindi non potevamo mettere un giocatore approssimativo a livello tecnico. Immagino che ve lo ricordiate Maicon, per me è stato uno dei più grandi giocatori passati nel mio periodo alla Roma, vederlo giocare era una cosa quasi erotica, faceva delle cose incommensurabili”.

Lei è stato per noi un grandissimo direttore sportivo, ci ha portato tanti campioni. Quello che volevo chiederle è tra questi ce n’e stato uno che l’ha delusa, che non ha fatto quel percorso che magari lei si immaginava potesse fare? 

“Io con i giocatori sono stato molto fortunato perché in tanti hanno fatto benissimo e se non l’hanno fatto quando c’ero io magari l’hanno fatto subito dopo, come ad esempio quel gruppo storico che era nato con me e che quando ero andato all’Inter, ha fatto la famosa remuntada contro il Barcellona in Champions League. Qualcuno che è stato al di sotto delle mie speranze? Osvaldo.

Lui è stato un grande attaccante ma gli mancava un pò di sale in zucca: era un giocatore fantastico, aveva delle soluzioni tecniche veramente scandalose per quanto erano belle e utili, solo che nel calcio non conta solo tecnica… purtroppo!”.

A proposito di Osvaldo c’è rammarico perché poi in occasione della finale di coppa Italia con la Lazio non ha giocato. Come mai?

“Nella finale con la Lazio a dirla tutta oltre a lui, non giocò neanche Pjanic. Definirlo errore, a distanza di tanti anni sarebbe poco elegante da parte mia, però sicuramente è stato l’episodio più doloroso della mia carriera. Dico sempre che le sconfitte fanno male e le vittorie non saranno mai lenitive al 100%. Quando si fanno partite come quella, diventa veramente difficile vivere. Ricordo che due mesi dopo, ero ancora stordito dal dispiacere, è stata veramente dura perché avevamo la consapevolezza di aver procurato una forte delusione a tutti i tifosi della Roma. Devo dire però, che quell’episodio, mi ha costretto a vivere un’estate di corsa, affannosa e complicata, ma ho lavorato con lenia e con una grande voglia di costruire una grande squadra per ripartire con il piede giusto. Quella voglia, io auspico che ce l’abbiano tutti i dirigenti nel calcio, specie quelli che arriveranno nella Roma. Quello fu l’anno del sergente Garcia e delle dieci vittorie consecutive, fu l’anno dei record. La gestione di quel periodo, fu totalmente legata a quella sconfitta, compresi i giocatori che sono venuti e che ci hanno fatto grandi. È chiaro che sono state prese decisioni importanti con grinta e determinazione, per curare quella ferita che era stata davvero profonda”.

Qual è la partita che pensa, possa aver abbia cambiato la sua carriera?

“Sicuramente questa contro la Lazio perché poi abbiamo costruito una squadra che è stata competitiva negli anni e che è arrivata a disputare la semifinale di Champions League con in panchina Eusebio Di Francesco. Eravamo veramente forti, avevamo un blocco di giocatori straordinari con Francesco che ancora giocava, con Daniele… c’era un centrocampo faraonico che era una vera e propria macchina da guerra, con Nainggolan, Strootman, lo stesso De Rossi, Pjanic… basta, fatemi smettere perché altrimenti mi attanaglia la nostalgia…”

Sei riuscito a portare due fenomeni in porta nello stesso momento come Szczęsny e Alisson anche se poi il brasiliano lo conoscevano in pochi. 

“Alisson all’epoca non lo conosceva nessuno, e penso che lui sarà ancora arrabbiato con me perché non poteva immaginare di venire a Roma e finire in panchina. Lui pensava di venire e fare subito il titolare ma io ho cercato di spiegargli che lui in realtà, titolare lo sarebbe stato, ma che io in quel momento, avevo l’obbligo di coprirlo e tutelarlo. I brasiliani avevano un altro modo rispetto al nostro di allenare i portieri e io volevo aspettare che lui maturasse: per questo lo affidai a Savorani che era un preparatore eccezionale di portieri e ci lavorava due ore al giorno. In effetti dopo, quando ha iniziato a giocare ha dimostrato di essere pronto. Magari lo sarebbe stato anche subito ma io ero il direttore sportivo e dovevo fare il mio mestiere che era anche quello di proteggere i calciatori. Ritenevo che qualche mese in più di panchina lo avrebbe aiutato e l’ho fatto”.

Vorrei farle una domanda al contrario di quella precedente del collega. Lei ha portato alla Roma dei campioni che ancora rimpiangiamo. Di tutti i contratti che ha fatto firmare, qual è stato quello più soddisfacente, quello che le ha fatto dire ce l’ho fatta, sono riuscito a portarlo a Roma?

“C’è un giocatore per cui ho dovuto combattere un po’ ed è stato Lamela; anzi colgo l’occasione per ringraziare Paolo Fiorentino che all’epoca era il presidente della banca, perché ha dovuto sopportare tante mie scenate. Io volevo portare a tutti i costi Lamela nella Roma perché lo consideravo un giocatore fortissimo, però il prezzo iniziale di dieci milioni, quando sono andato a discuterlo a Buenos Aires con Passarella, era cresciuto a venti. Anche per orgoglio, era un’operazione che volevo fare a tutti i costi ma il prezzo mi era sfuggito di mano. All’epoca, il problema era che non avevo ancora fatto incassi e senza Paolo Fiorentino che mi proteggeva, forse non sarei riuscito a prendere Lamela. Lui era un grandissimo giocatore ed era arrivato a Roma a 19 anni con una caviglia disastrata perché aveva fatto il mondiale sudamericano U20 e aveva preso tantissime botte. Ci mise un pò a recuperare, ma nella partita d’esordio contro il Palermo, fece un eurogol. Poi più avanti lo abbiamo venduto al Tottenham”. 

Ricordiamo un ritiro con Zeman che lo seguiva e nel momento che si facevano gli esercizi tattici in campo, lo teneva per la spalla e elo lasciava proprio nel momento in cui gli chiedeva l’inserimento. È stata una figura molto utile nella crescita di Lamela.

“Con Zeman non ho avuto una storia felicissima, perché purtroppo quando le cose vanno male in campo, si colpiscono anche i rapporti personali, che fino a un certo punto sono stati splendidi. Eravamo due fumatori incalliti e ricordo che quando andavamo al ristorante, ci finivamo un pacchetto e mezzo di sigarette nell’arco di un pranzo. Non cesserò mai di dire che Zeman per quella Roma fu importantissimo perché ha cominciato a dare a Lamela quelle istruzioni necessarie per capire la porta avversaria. Nel primo anno, Lamela fece solo 3 gol ma poi nel secondo ne fece 15 e questo per merito di Zeman che gli aveva dato i tempi per tagliare l’area: poi quando arrivava il pallone sul suo piede, Erik era un cecchino e dai sedici metri calciava a meraviglia e faceva sempre gol. Un altro merito di Zeman, fu quello di affidare le chiavi della difesa a un diciottenne, sto parlando di Marquinhos, che poi l’anno dopo è partito per il PSG e ne è diventato (ancora oggi) capitano.

Ho un unico grande rammarico che però non riguarda il mio periodo romanista ed è Pastore perché quello che avete visto a Roma non è il calciatore che io ho conosciuto e portato al Palermo. Lui è stato più di un grande calciatore e mi è dispiaciuto molto vederlo alla Roma quando ormai era finito. È arrivato nella capitale che aveva un problema all’anca e non riusciva a correre, purtroppo per quella che era la sua condizione era improponibile che potesse ancora giocare a calcio ad alti livelli. Se lui fosse arrivato un paio d’anni prima, in condizioni fisiche eccellenti, sarebbe diventato un idolo indiscusso dei tifosi romanisti”.

Mi incuriosisce sapere cosa pensa di Lautaro Martinez e della sua operazione quando arrivò all’Inter…

“Lautaro è un giocatore eccezionale, ma del suo arrivo all’Inter non me ne posso appropriare perché quando arrivai, l’operazione di Martinez l’aveva già messa in piedi Ausilio: per questo non gli rubo la paternità dell’operazione. Sono però d’’accordo sul fatto che è un grande giocatore, soprattutto di testa. Lui si comporta da leader in qualsiasi circostanza, ed è un calciatore affamato di di vittoria: questo è un aspetto che caratterizza i campioni. Vi dico di più, se vedete  un giocatore che perde e resta con il sorriso, allora scartatelo perché vuol dire che non è un campione e che mai lo sarà… i campioni quando perdono si devono incazzare! ”.

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